Ex Cascina Ca’ Bianca (Torino)

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Viviamo in un mondo in continuo cambiamento, l’umanità, come la stessa natura, modella il paesaggio e ne modifica l’aspetto. Tutto questo avviene in tempi sempre più veloci. Questi cambiamenti repentini, questa fretta verso il futuro possono condannare all’oblio eterno innumerevoli edifici storici, costruzioni che hanno l’unica colpa di trovarsi nel punto sbagliato, nell’epoca sbagliata.

Questo è in linea di massima il motivo dell’abbandono di questa cascina storica: il progresso. Cascina Cabianca (o Ca’ Bianca) si trova infatti a pochissimi passi dalle mortali spire autostradali di Torino, dove inizia l’infernale quanto folle tangenziale, alle porte d’una città in continua espansione. E’ proprio il vicino passaggio con la tangenziale ad impressionare maggiormente, qui un tempo c’era pace e silenzio. Pace che che non è nemmeno più un ricordo.

Si trattava d’una cascina a Corte chiusa, quindi aveva un aspetto molto diverso da quello odierno, più avanti nell’articolo andremo a vedere cos’è andato perso; iniziamo con il nome: Ca’ Bianca (no, Washington non c’entra proprio nulla! ). Non serve essere esperti di nomenclature per capire i motivi di questa denominazione. E’ una denominazione dovuta al colore della casa padronale, la cascina in tempi molto antichi era denominata “Domus Alba”. Oggi non è più bianca, ma lo era già nel XVI secolo. Questa cascina infatti è molto antica, nel 1500 la casa padronale era collegata già a diversi fabbricati tutt’intorno. Possiamo quindi comprendere come questa non sia una cascina come tante altre, ma conservi al suo interno una storia che copre più di mezzo millennio!

La proprietà venne nominata per la prima volta in un documento risalente al registro catastale del 1523 nel quale si censiscono possedimenti appartenenti ad Antonio Ranotti, figlio di Giorgio, collocati “ad domum albam”. In un documento del 3 novembre 1532: “(…) in finibus Taurini et Burghari […] domus alban cum suis casiamentis, alteni, petiis, pratis, grangie (…)”  venne poi successivamente nominata in ulteriori documenti datati rispettivamente:  1546, 1555, 1568 e 1571. In questi documenti viene citata la presenza d’una grangia con i suoi rispettivi edifici, la cascina viene già denominata “Cha Bianca o Casa Bianca“. La cascina fu anche di proprietà del conte Lorenzo Birago di Vische.

Il 22 Novembre 1585 l’ingegnere Ottaviano Canavero Bressano partecipò alla redazione dei “testimoniali di visita” dei confini della Città di Torino e le Comunità di Borgaro e Settimo Torinese. Egli visitò anche questa cascina e venne delimitato il confine tra Torino e Borgaro. Nel corso del 1600 la proprietà ebbe modo d’espandersi, ricordiamo comunque che all’epoca Torino era una piccolissima cittadina agricola, che contava a malapena poco più di 10.000 abitanti. Cabianca era solo una delle innumerevoli grange che circondavano le sterminate campagne torinesi.

Nel 1700 la cascina aveva a disposizione più 170 giornate e un buon numero di bestiame. Nel 1750 abbiamo la prima testimonianza dell’esistenza d’una chiesa all’interno del complesso, così c’è scritto in un documento datato 20 aprile 1750: “(…) la cassina e beni denominata la Casa Bianca con tutte le fabbriche civili e rustiche membri e pertinenze, comprensivamente la cappella (…)”. Addirittura, giusto per sottolineare l’importanza di questa cascina, nel 1777 il vescovo di Torino Francesco Rorengo di Rorà farà visita proprio alla piccola chiesa: “(…) Cappella di San Giuseppe nella regione denominata Casabianca (…)”. L’edifico sacro viene descritto come “(…) decente, voltato, imbiancato, con pavimento in laterizi quadrati (…)” sopra l’altare inoltre era visibile anche un’ icona rappresentante San Giuseppe, santo protettore di Cascina Cabianca.

I righini, conti di Sant’Albino sono i proprietari storici della cascina, sono infatti stati i proprietari che hanno maggiormente contribuito allo sviluppo ed alla storia di questo complesso. Sono infatti stati i proprietari dal XVIII secolo al 1929, quando la famiglia si estinse senza eredi, e la cascina venne lasciata all’ospedale di carità di Torino. Il complesso durante la seconda guerra mondiale venne anche utilizzato come rifugio per gli anziani ospiti dell’ospizio di corso Unione Sovietica, che purtroppo venne colpito dalle bombe. E’ a questo periodo che si devono diverse modifiche di tipo “moderno” all’interno della cascina.

La prima rappresentazione grafica conosciuta della cascina risale alla mappa catastale napoleonica del 1804 (esistono comunque rappresentazioni grafiche più antiche, anche se meno precise). Da questa mappa si può notare come la cascina già all’epoca fosse a corte chiusa, con un perimetro rettangolare. Nel 1816 era anche conosciuta come “Cascina Righini“, nome che deriva semplicemente dai proprietari ormai secolari della grangia. Nel 1820 venne anche riconosciuta con il nome di Ca’ Bianca della Sig.a Contessa di Sant’Albino, potremmo definire questo periodo come uno dei più floridi dell’intera cascina.

Nel corso degli anni ’80 del 1900 il progresso ha di fatto ferito e distrutto una parte di questa cascina, oggi infatti appare molto diversa da come l’avremmo potuta vedere negli anni ’70. Come già scritto in precedenza la cascina aveva anche una piccola ed antica chiesetta, oltre che tutta una serie di edifici. La costruzione della tangenziale ha di fatto reso necessario l’abbattimento di queste parti.

Osservando l’immagine soprastante, la zona delimitata dalla linea rossa era costituita da edifici, probabilmente case destinate ai lavoratori, nella parte delimitata in azzurro invece c’era la chiesetta dedicata a San Giuseppe, era sicuramente accessibile sia dalla parte frontale, che dall’interno della cascina. La costruzione della tangenziale ha anche distrutto gli orti che si estendevano verso sud, ad anche anche un piccolo edificio, segnato in giallo sulla mappa soprastante. La parte segnata in verde è dove si trovava uno splendido giardino nell’800, vero e proprio fiore all’occhiello del periodo che forse fu tra i più alti dell’interno complesso.

Catasto napoleonico del 1805. Da notare il giardino nella parte nord ovest della cascina. – © Archivio di Stato di Torino

L’abbandono è sicuramente avvenuto intorno agli anni ’70, ed il colpevole è semplicemente la costruzione della tangenziale nord di Torino. In ogni caso già dopo il 1929 Cabianca ha visto un progressivo quanto inevitabile decadimento, ad oggi una parte degli edifici non sono più recuperabili, mentre la casa padronale per tornare abitabile sarebbe necessario un notevole investimento economico per una sua ristrutturazione. La vicinanza con la tangenziale non aiuta in nessun modo.

Ritengo quindi certa la sua fine. Cabianca non ha più un futuro concreto. L’attesa dell’infinito, la nostalgia d’un tempo remoto, un angolo di mondo devastato dal tempo. In attesa della sua fine ormai compiuta, non dimentichiamola.

Video:

Un video che ho fatto all’interno della cascina, da questo filmato è possibile vedere praticamente tutti i particolari della proprietà oggi in stato di completo abbandono e degrado.

Altre foto:

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